LA COSTRUZIONE DELL'EUROPA E IL SINDACALISMO RIVOLUZIONARIO

 relazione introduttiva alla 2a conferenza europea dei sindacati libertari
Parigi, novembre 1989

 

1. Origine dell'Atto Unico

Nel 1985, per iniziativa di Jacques Delors, la Commissione di Bruxelles pubblicò un documento su come rilanciare l'integrazione dell'economia europea e mettere a punto il mercato interno. Questo documento diede vita all'Atto Unico Europeo, che conteneva le 300 misure previste per garantire il libero movimento delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali in un'area senza frontiere interne.

Dopo la necessaria ratifica da parte dei singoli governi, l'Atto Unico divenne operativo nel 1987.

Delle iniziali 300 misure -più tardi ridotte a 279- ne sono state adottate 108 nell'aprile 1989. L'integrazione prevista dall'Atto Unico viene realizzata in modo piuttosto singolare visto che il programma politico è solo abbozzato e viene stabilita una struttura istituzionale nonché un meccanismo per le decisioni. Le quali, comunque, si fondano su accordi fra gli Stati e diventano vincolanti quando sono rimesse alla Corte Europea di Giustizia.

Su queste basi si sono prese importanti decisioni per quanto riguarda il libero movimento del capitale, la liberalizzazione dei trasporti aerei e marittimi, l'armonizzazione ed omologazione degli standards tecnologici, il reciproco riconoscimento delle qualifiche professionali, l'apertura dei mercati assicurativi. 

1.1 Brevi cenni storici

La Comunità Europea è riuscita a smantellare -in un processo di lunga durata- sia le barriere commerciali fra gli Stati, sia le norme nazionali sui livelli di qualità dei prodotti (una sorta di protezionismo indiretto), nonché gli ostacoli al libero movimento dei capitali. Il libero movimento dei servizi segnerà la fine di questa fase. Il sistema decisionale che prevedeva l'unanimità è stato abbandonato per un nuovo meccanismo decisionale fondato sul voto a maggioranza qualificata nel Consiglio dei Ministri, sebbene alcune questioni come la tassazione diretta sono ancora vincolate alla vecchia norma dell'unanimità. L'Atto Unico implica -e sta già implicando- un inasprimento della concorrenza su basi nazionali e regionali, in quattro settori principali: servizi, consumi, tasse, valuta. La costruzione dell'Europa è radicata nella divisione in due aree del continente stesso e sul Piano Marshall che venne concepito dall'imperialismo americano come un modo per salvare l'Europa Occidentale. L'intervento americano fu chiaramente di natura economica e militare. La NATO ed il tentativo di formare una Comunità Difensiva Europea realizzarono concretamente la costruzione dell'Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea, la UEO (Unione dell'Europa Occidentale) e soprattutto la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio), che preparò la strada per il primo MEC con i suoi 6 membri fondatori nel 1957: Repubblica Federale Tedesca, Francia, Italia, Olanda, Belgio, Lussemburgo.
I paesi della CEE diedero progressivamente slancio ciascuno al proprio mercato interno nel periodo tra il 1953 ed il 1974. A contare erano le norme nazionali. Sebbene non ci fosse una comune politica sociale, c'era una congiunzione di politiche nazionali tutte finalizzate all'incremento di capitali: le norme "fordiste" che implicavano un'espansione dei mercati interni, una specifica distribuzione dei guadagni da produttività attraverso un salario frutto della contrattazione lavoro/capitale e meccanismi di redistribuzione affidati allo Stato.

Tale situazione sperimentò cambiamenti di ben altra portata con l'inizio della crisi strutturale capitalistica dovuta al forte aumento dei prezzi petroliferi nel 1974. La mutua penetrazione dei mercati interni e lo sviluppo del commercio comunitario avevano prodotto una crescita importante e relativamente bilanciata pur nelle differenti economie. I paesi con minor crescita e minor capacità competitiva potevano neutralizzare parte del loro deficit commerciale in peggioramento e dei loro equilibri con gli strumenti delle politiche economiche nazionali. Tutti gli apparati statali allora possedevano i mezzi per influenzare il ciclo economico: svalutazione, protezionismo indiretto, interventi congiunturali. Ma nel 1974 i paesi europei dovettero rapidamente cercare un aumento delle esportazioni al fine di pagare i costi energetici. La CEE entrò in una nuova fase della sua storia.

Il MEC risultò incapace di frenare le tendenze recessive. Quando un tentativo della Germania Ovest per rimettere in piedi le economie europee fallì clamorosamente nel 1975 -con un grosso deficit nella bilancia commerciale tedesca- si aprì la strada per misure economiche e monetarie che avrebbero sacrificato il potere d'acquisto delle classi medie e basse, in nome dello "stringere la cinghia" e della lotta contro l'inflazione.

L'istituzione delle SME e le opzioni "liberiste" che prevalsero alla fine degli anni '70 misero seriamente in discussione le precedenti politiche economiche nazionali e le regole fordiste su cui si fondavano. Caddero gradualmente le barriere protezioniste, mentre i programmi di svalutazione dovevano adattarsi alla struttura di uno SME dominato dal Marco tedesco. Le economie europee dovettero affrontare i problemi della loro bilancia commerciale tagliando i costi, liquidando i deficit e limitando la propria crescita in un'atmosfera di norme neo-liberiste e di guerra commerciale.

La CEE si ritrovò dominata dalla Germania Ovest che accumulava eccedenze di bilancio ed era competitivamente superiore. 
Con una valuta favorevole e resistente, la politica tedesca ridusse le possibilità di ripresa delle altre economie europee -lo SME ostacolava il risorgere di deficit pubblico o la svalutazione- mentre continuava a rilevare mercati nell'area comunitaria.

Questo indusse il potere d'acquisto a stagnare nel "principale mercato" dei prodotti industriali, provocò un indebolimento degli investimenti e l'inasprimento della competitività. Le compagnie risposero alla riduzione dei mercati cercando di recuperare la loro capacità competitiva attraverso licenziamenti e svendite che erano meno remunerative nel breve termine. L'economia divenne "finanziarizzata". La disoccupazione crebbe.

L'Atto Unico cercava di mettere fine a questo processo con le misure di armonizzazione della tassazione indiretta, il libero movimento dei capitali e la deregolamentazione dei servizi finanziari. Il neo-liberismo che aveva sacrificato il potere d'acquisto dei lavoratori veniva completato con una crescita nella remunerazione del capitale.

1.2 Cos'è a rischio

Le decisioni del 19 giugno 1989 sulla liberalizzazione delle attività bancarie segnano un passo nella direzione della deregolamentazione del mercato finanziario. In un contesto in cui esistono ancora differenze strutturali nel valore delle monete, in cui il debito economico favorisce le speculazioni, in cui le pressioni inflazionistiche e l'evoluzione dei tassi d'interesse battono il tempo, le politiche economiche della CEE favoriscono la "finanziarizzazione" dell'economia in opposizione al capitale da lavoro. I rischi di un incontrollabile flusso di capitali verso i poli finanziari dominanti sono molteplici. La logica che sta dietro l'Atto Unico può essere definita come un impulso di neo-liberismo con un'egemonia di capitale finanziario.

Questa egemonia di capitale finanziario e le dinamiche neo-liberiste sollevano due problemi centrali: cambiare le regole sociali nazionali e cambiare il ruolo degli apparati statali nazionali in relazione ai rispettivi capitalismi.

In effetti, le conseguenze dell'Atto Unico saranno pienamente percettibili dopo il sinistro 31 dicembre 1992. Per il momento, come si è visto al vertice di Madrid, le regole nazionali non hanno un sostituto europeo. Le forze dominanti puntano verso una flessibilità nel mercato del lavoro con un degrado delle relazioni industriali e delle garanzie collettive, almeno in certi paesi con migliori livelli sociali.

Dall'altro lato, lo smantellamento dei meccanismi nazionali per la valorizzazione del capitale (sussidi, mercati statali, sistemi fiscali…) è combinato con una tendenza a riscrivere l'equilibrio del potere economico a beneficio delle più potenti multinazionali, provocando una notevole concentrazione di capitali.

In breve, il puro e competitivo liberismo realizzerà la completa distruzione delle rimanenti regole fordiste tramite un più che verosimile processo di impoverimento e precarizzazione in importanti settori dell'Europa. Allo stesso tempo, la concentrazione economica riceverà un impulso di incontrollabili conseguenze dominate dalla speculazione finanziaria.

Questo processo spiega le contraddizioni che compaiono all'interno della CEE tra le differenti fazioni capitaliste e i loro meccanismi di stato, e chiarisce la questione principale posta con l'instaurazione dell'Atto Unico: la configurazione di un nuovo stile di comunità dalle ampie regole ed il problema di un potere sovranazionale.

 

2. I meccanismi centrali dell'Europa capitalista

Come abbiamo detto, il punto cruciale dell'Atto Unico tende ad essere il libero movimento di capitali, merci -e forza lavoro- attraverso la rottura dei legami strutturali tra gli Stati e le borghesie nazionali. L'idea complessiva di questo progetto è stata sintetizzata nel Rapporto Cecchini, che presentava 4 punti centrali:

2.1 Le ragioni celate dietro la costruzione dell'Europa

Il motivo centrale che sta dietro l'Atto Unico è ristabilire l'equilibrio tra Europa, USA e Giappone. Ma in realtà, il progetto comunitario è stato elaborato attraverso la collaborazione e le alleanze che i principali gruppi europei hanno tessuto con le compagnie americane, giapponesi o nord-europee -come la Nokia, ad esempio. Questa tendenza verso l'internazionalizzazione coinvolge progressivamente -ed allo stesso tempo smantella- l'Associazione Europea per il Libero Commercio. La strategia comunitaria verrà imposta al resto dell'Europa occidentale: le sue contraddizioni e le sue conseguenze copriranno tutto il continente.

E' ovvio che l'internazionalizzazione del capitale -una tendenza storicamente strutturale- si è accelerata fin dalla crisi che era iniziata nei primi anni '70. La valorizzazione del capitale tende a distribuirsi sempre più a livello internazionale, adattando le sue differenti componenti (costi, politiche industriali, tecnologie, valuta e aspetti finanziari) lungo questa linea. Al tempo stesso, si consolida la crisi di egemonia nel capitalismo internazionale. La decadenza degli Stati Uniti sta preparando uno scenario per un policentrismo tripolare: Giappone, USA e CEE/Germania Ovest.

La creazione della Comunità Europea e l'Atto Unico sono esattamente le risposte del capitale europeo all'internazionalizzazione della valorizzazione del capitale a cui ci si riferiva prima. La Comunità Europea è un tipo specifico di integrazione capitalistica, non solo un mercato unico ma anche una struttura di potere sovranazionale che decide in parte le azioni dei differenti Stati. La conferma di ciò sta non solo nelle istituzioni della Comunità Europea (Consiglio, Corte di Giustizia, Commissione e Parlamento), ma anche nelle cosiddette politiche comuni che vanno dagli aspetti monetario-finanziari dello SME a quelli dello sviluppo regionale e dell'agricoltura con i loro rispettivi fondi. La Comunità Europea si costituisce così come un parziale processo di integrazione fondato sul compromesso tra gli Stati; il controllo statale sulle gestione economica e sociale, sulla difesa e le politiche interne non è -comunque- scomparso. Sul terreno economico, la Comunità Europea ha ancora un debole tasso di concentrazione del capitale; tuttavia l'integrazione economica sviluppatasi negli ultimi 15 anni ha creato un alto grado di specializzazione e programmi complementari tra le economie dei singoli Stati, come dimostra lo sviluppo del flusso commerciale intercomunitario.

Ci sono ancora importanti problemi da risolvere. Sebbene il declino degli USA ed il rafforzamento del Giappone hanno per certi versi facilitato la costruzione dell'Europa, permettendo alla Germania Occidentale di svolgere un ruolo chiave nel continente e facilitando l'adesione della Gran Bretagna, c'è ancora molto da fare per passare da una parziale integrazione economica alla costruzione di un blocco politico-economico europeo.

Tre questioni meritano un'attenzione speciale:

Questi tre punti hanno grandi effetti su altri fattori. Ad esempio, la debolezza delle politiche industriali comunitarie -rammentando che progetti quali l'Airbus o Ariane sono il frutto di raccordi tra Stati membri e non della Comunità in sé- solleva le contraddizioni tra le multinazionali europee che agiscono direttamente a livelli planetari alleandosi con americani e giapponesi, e le fazioni del capitale che continuano ad operare a livelli nazionali o anche regionali. Ricompare ancora una volta la contraddizione tra il mercato e la ricomposizione di regole socio-economiche. La Comunità Europea è forte in settori come la meccanica, la chimica, l'energia, beni agricoli ed alcuni settori della metallurgia, ma perde terreno nelle aree tradizionali come il tessile e dimostra bassa competitività nei nuovi sistemi tecnologici. In breve, sebbene sia superiore al capitale americano nel medio termine, la capacità del capitalismo europeo è di molto inferiore a quella del Giappone. In un periodo segnato dall'inasprimento della competitività sul mercato internazionale e in cui ancora non si configura con sufficiente attendibilità una stabile divisione del lavoro, il capitalismo europeo è diviso e non si è ancora dotato degli indispensabili meccanismi statuali necessari e soddisfare un'ampia strategia capitalistica sul pianeta. La creazione di questi meccanismi è un prerequisito per l'integrazione del capitalismo europeo con una reale capacità strategica nel mercato mondiale e nella divisione internazionale del lavoro. Ma le diverse fazioni dell'euro-capitalismo devono ancora costituirsi in un blocco coerente con settori chiave in grado di produrre una strategia internazionale e regole socio-economiche comunitarie.

2.2 I costi dell'Europa

Il summenzionato Rapporto Cecchini prevede una crescita globale del 4% fino al 1992, basata sul progressivo libero movimento delle merci e dei beni, l'apertura dei mercati nazionali, il libero movimento dei lavoratori, un mercato comune dei servizi ed un movimento di capitali privo di ostacoli.

Questa ipotetica crescita del 4% rappresenta una creazione a medio termine di 2 milioni di posti di lavoro, cioè un incremento globale del 2%. Questo progetto -ottimistico ed affatto indicativo della qualità del lavoro offerto e della retribuzione prevista- risulta ridicolo se comparato ai 16 milioni di disoccupati che la Comunità Europea contava nel 1988.

Ad ogni modo, queste previsioni sono altamente condizionate dall'attuale stadio della ripresa economica. Senza entrare in un'analisi dettagliata delle forze trainanti e dei limiti di questa ripresa, occorre rilevare che non esiste ancora alcuna soluzione ai principali problemi che permangono sulla strada di una crescita di lungo termine: il debito, il deficit dell'imperialismo USA, il sistema monetario internazionale, la divisione internazionale del lavoro, le regole sociali, gli squilibri ecologici, ecc. Inoltre, la "finanziarizzazione" dell'economia internazionale in un contesto di concorrenza aggressiva rende ogni ripresa eccessivamente fragile ed esposta -come si nota attualmente- alle pressioni inflazionistiche.

Ma, anche se l'attuale fase di espansione economica continua, le previsioni del Rapporto appaiono piuttosto audaci.

Il libero movimento dei beni industriali ha già dimostrato qualcuno dei suoi effetti complessivi.

L'apertura dei mercati nazionali -8,5% del PIL della Comunità Europea- avrà qualche effetto, ma non è chiaro quanto rapidamente questo settore risulterà pienamente competitivo, dal momento che occorre fare i conti con resistenze espresse da certi settori delle compagnie nazionali, dai capitalismi nazionali e frange delle burocrazie statali. E' perciò difficile fare una stima del tempo necessario perché questi mercati possano far crescere i profitti ed abbattere i prezzi in seguito alla concorrenza.

L'elemento centrale dell'Atto Unico consisterà perciò nella liberalizzazione dei servizi, specialmente nel settore finanziario. "Concorrenza tra regole nazionali: questo è il principio che sta dietro l'Atto Unico…Questo stesso principio comporta una opzione all'interno della CEE per regole nazionali meno restrittive, vale a dire per una deregolamentazione", così di esprimono Michel Albert e Jean Boissonat in "Crisi, crack, boom" (Seuil, 1980).

All'interno della Comunità Europea prevarrà chiaramente una politica di riduzione della pressione fiscale e nel contempo crescerà una coordinazione della tassazione indiretta -IVA- dall'aspetto evidentemente antipopolare. Il conseguente decremento delle risorse degli Stati comporterà, inevitabilmente, una più alta pressione fiscale sui lavoratori, corroderà i salari sociali con una politica di razionalizzazione e tagli nei settori pubblici -dando così via libera allo sviluppo ed alla crescita del mercato assicurativo ed all'espansione privata nei bisogni sociali (sanità, assistenza, ecc.) in generale.

Probabilmente assisteremo ad una battaglia tra le differenti regole nazionali nella speranza di attrarre capitali. La pressione esercitata dallo SME in queste questioni è molto chiara. Solo una moneta comunitaria ed una politica economica comunitaria potrebbero neutralizzare e/o controllare le tendenze verso la deregolamentazione. Ma lo SME ora non è in grado di agire a questi livelli. Di conseguenza, i colpi subiti dalle società nazionali o regionali potrebbero all'inizio essere anche incurabili, oppure potrebbero decisivamente spingere verso il consolidamento e lo sviluppo di un potere capitalistico sovranazionale.

Il movimento operaio, che in tempi passati fu almeno in grado di costringere il capitalismo a riforme -che fra l'altro aiutarono il sistema a rafforzarsi nella sua propria espansione- sembra ora aver perso la capacità di vedere l'importanza della sua forza nei settori principali.

Il problema principale può essere sintetizzato nella possibilità o meno che i gruppi capitalistici trainanti impongano le loro strategie, fatte di nuove regole che creerebbero i meccanismi di redistribuzione che compongono il salario sociale, instaurerebbero le condizioni per una totale flessibilità del lavoro, porterebbero alla cosiddetta società "duale".

Questo scenario potrebbe realizzarsi se ci fosse una totale sconfitta del movimento operaio e delle lotte sociali. Andrebbe contro gli interessi di molti settori capitalistici e spazzerebbe via ciò che rimane delle regole "fordiste". Per ora, e dopo il severo avvertimento del tracollo finanziario dell'ottobre 1987, il capitalismo europeo non sembra debba adottare una tale politica, che getterebbe l'Europa -e probabilmente anche gli USA e/o il Giappone- in una terrificante crisi sociale.

Questo è precisamente il problema: il capitalismo europeo non ha acquisito un nuovo pacchetto di norme basate esclusivamente sulle forze del mercato. Al tempo stesso, sono saltate le regole fordiste nazionali che avevano prevalso sulla crisi strutturale. La costruzione capitalistica dell'Europa è tutta in salita nel futuro prevedibile con gli impegni dell'Atto Unico.

2.3 Le conseguenze sociali dell'Atto Unico

In un periodo dominato da severe priorità nell'industria quali quella metallurgica, cantieristica e tessile, causate dalle condizioni del mercato mondiale e dalle strategie economiche dirette dalla CEE, l'Atto Unico provocherà nuovi tipi di concentrazione.

La fase vedrà il rafforzarsi di vasti gruppi europei con possibili alleanze o concorrenza con compagnie americane o giapponesi.

Il processo di concentrazione moltiplicherà i suoi effetti nel mercato del lavoro di una Comunità Europea già afflitta da una massiccia e vasta disoccupazione strutturale (tasso a lungo termine del 51%). Le privatizzazioni che riguardano e riguarderanno specifici settori pubblici entreranno a far parte di questa concentrazione di capitali, aumentando la pressione sull'attuale mercato del lavoro, aumentando la disoccupazione e l'insicurezza occupazionale.

Il settore dei servizi -col suo classico protezionismo nazionale ed una produttività alquanto stagnante- sarà seriamente coinvolto dalla radicalizzazione della concorrenza, specialmente nel settore finanziario-assicurativo.

L'Atto Unico colpirà duramente anche specifici settori delle piccole e medie imprese che erano tutelate da un protezionismo indiretto. Allo stesso modo colpirà settori con un basso livello di commercio intercomunitario e forte protezionismo indiretto, come pure settori con un livello abbastanza alto di commercio intercomunitario ed un altrettanto alto protezionismo indiretto nazionale.

E' abbastanza probabile che il futuro spazio sociale europeo, basato su strutture nazionali con livelli più bassi di salario diretto, indennità e diritti, incoraggerà le imprese ad allontanarsi dai settori con bassa intensità di capitale. Le differenze salariali e di copertura sociale sono sufficientemente importanti per ritenere che diano un'idea della strategia di ristrutturazione comunitaria.

A questi fattori si deve aggiungere l'importanza che assumono le differenze regionali. La crisi ha acuito le differenze regionali. La dinamica produttività-salario a livello nazionale deve tener conto dello sviluppo regionale, il quale contribuisce anche alla strutturazione del mercato del lavoro.

In breve, le differenze salariali unite alle complessive disuguaglianze nel costo del lavoro, nonché ai vantaggi relativi come pure agli aumenti di produttività a livello settoriale/regionale/nazionale irrobustiranno i fattori di sviluppo ineguale nel prossimo periodo.
La libera mobilità di lavoratori non sembra avere effetti sensibili che compensino gli effetti di cui sopra; né sembrano averli le politiche strutturali, i fondi strutturali, i programmi di linea, ecc.

Complessivamente, la mobilità dei lavoratori nella Comunità Europea riguarderà gruppi di lavoratori altamente qualificati: tecnici e professionisti. Non possiamo, comunque, scartare la possibilità che le multinazionali americane o giapponesi possano gravitare verso le regioni più povere e bassa tradizione industriale.

 

3. Lo spazio sociale europeo

Come già precedentemente sottolineato, se non saranno introdotte le ampie regole sociali della nuova Europa che ci si aspetta, lo squilibrio tra l'affrettata unificazione del mercato e le sue conseguenze sociali provocherà un incremento della concorrenza tra le imprese, e quindi una pressione sui salari, sul salario sociale, sul suo potere d'acquisto.

Crescerà la tendenza a rendere flessibili gli Statuti dei Lavoratori e l'organizzazione del lavoro. Aumenteranno le differenze fra settori, Stati e regioni.

La Commissione di Bruxelles, i governi e le burocrazie politico-sindacali rispondono a questi problemi con lo slogan dello "Spazio Sociale Europeo", concepito e presentato come salvaguardia contro i possibili disastri derivanti dal puro neo-liberismo.

3.1 Non mancano le illusioni…

E cioè le fondamenta legali per una politica sociale della Comunità Europea. Come i 4 articoli dell'Atto Unico (118 A, 118 B, 110 A/3 e 130 A) che si suppone diano forza al dialogo sociale ed ai contratti collettivi di lavoro europei. Il Trattato di Roma prevede anche una omogeneizzazione delle legislazioni sociali di natura progressista.

Il vertice dei capi di stato della Comunità Europea tenutosi ad Hannover si era pronunciato -a differenza di quello del giugno a Madrid- sulla sicurezza, su salute e sanità, sulla formazione professionale, sul reciproco riconoscimento delle qualifiche professionali e, perché no, sulla necessità del dialogo sociale. Nel settembre 1988, il Rapporto Marin, della Commissione Europea, negava ogni pericolo di dumping sociale e dava poca importanza al dialogo sociale. E in contrapposizione abbiamo naturalmente parecchie dichiarazioni rilasciate da Jacques Delors ai congressi sindacali nonché il rapporto della Commissione Economia e Società (un organismo privo di potere, ovviamente) che avanza una serie di proposte sui diritti sociali fondamentali nella Comunità.

Esaminiamo rapidamente cosa attualmente esiste a livello sociale:

Gli elementi centrali del progetto comunitario sulle dimensioni sociali del mercato interno sono stati descritti nel rapporto della Commissione pubblicato nel maggio 1988. Questo documento merita di essere analizzato in relazione al rapporto sull'economia del 1987 a cura sempre della Commissione, da cui ricaviamo alcuni punti-chiave:

In realtà le chances della Commissione sono essenzialmente effettive nel caso della riduzione dei costi per le imprese, mentre il sostegno che essa dà alle strategie degli imprenditori diventa chiaro nella prospettiva di un maggiore confronto tra i costi salariali globali all'interno del mercato unico.

3.2 Ma c'è sempre il….dialogo sociale

Quando iniziò a funzionare nel 1985, la Commissione Europea presieduta da Jacques Delors incontrò una opposizione determinata da parte delle associazioni imprenditoriali europee in relazione allo sviluppo di una politica sociale comunitaria. Già nel 1984, gli imprenditori l'avevano spuntata con in cosiddetto "Piano Vredeling" (dal nome del socialdemocratico olandese) che prevedeva il diritto di consultazione e di informazione dei lavoratori nelle maggiori multinazionali europee. Appoggiate dal governo inglese e dai partiti di centro-destra presenti nel Parlamento Europeo, le associazioni padronali (UNICE nel settore privato e CEEP nel settore pubblico) riuscirono a far ritirare la legge Vredeling.

L'impegno di Delors negli affari sociali naufragò su ogni tentativo legislativo che non avesse il sostegno delle associazioni degli imprenditori e dei sindacati, mentre favorì il dialogo sociale in tutto tranne che per la sicurezza e la salute.

Viene confermato il carattere "sussidiario" dell'intervento comunitario e ciò significa che i livelli regionali, locali, nazionali, sono quelli preminenti. Il livello europeo è solo un complemento dello spazio sociale esistente. Uno degli strumenti per costruire il livello europeo è il dialogo sociale: dagli incontri tra le Confederazione Sindacale Europea (CES) e le associazioni del padronato (UNICE e CEEP), noti come incontri della Val Duchesse, sono emerse:

Praticamente, senza alcuna mobilitazione e senza lotte, la CES ottiene dai padroni minori riforme sulla gestione -il diritto all'informazione e consultazione, una concessione politicamente insignificante- ed il loro appoggio per l'aumento degli investimenti pubblici. E tutto ciò in cambio dell'accettazione e legittimazione della strategia capitalistica- assoggettandosi alle esigenze delle imprese e riconoscendo il controllo capitalistico sull'economia.

 

4. La sinistra istituzionale ed il sindacalismo rivoluzionario con particolare riferimento al mercato unico

L'intera sinistra istituzionale -con rare eccezioni come il Partito Comunista e la CGT in Francia e per certi versi il Partito Comunista e la CGT del Portogallo o il Partito Comunista Greco- oggi come oggi sostiene la costruzione del Mercato ed accetta la necessità di entrare nella guerra commerciale che i blocchi capitalistici si stanno facendo. Quindi essa relega in posizioni subalterne e rende compatibili le richieste dei lavoratori e quelle che provengono dalla società in genere con le necessità di valorizzazione spinta del capitale europeo. Le burocrazie politiche dei sindacati del movimento dei lavoratori sperano di aprire nuove aree di negoziato e contrattazione che consolideranno il loro potere ed al tempo stesso ridurranno la conflittualità sociale nel processo di costruzione dell'Europa.

Formalmente -e solo formalmente, dal momento che al di là del dialogo sociale, dell'attività parlamentare e della presenza istituzionale non vi è più alcuna strategia- la sinistra istituzionale mantiene un programma di riforme "correttive" che si riferiscono alla realizzazione dell'Atto Unico.

Questo programma può essere sintetizzato in 4 punti:

Questo programma, evidentemente insufficiente persino da un punto di vista riformista, non è in grado di affrontare il problema centrale della precarietà che colpisce soprattutto il proletariato. Nello specifico non fornisce risposte né alla questione della massiccia disoccupazione strutturale, né all'attacco capitalistico per la flessibilità del lavoro, né ai processi di dequalificazione, marginalizzazione ed esclusione che hanno colpito o minacciano di colpire importanti settori del mondo del lavoro. E ancor più, la sinistra istituzionale non sta movendo un dito per mobilitarsi sui suoi stessi obiettivi formali; e questo per tre ragioni:

4.1 Crisi e riformismo

La Comunità Europea, che costituisce uno dei centri del capitalismo mondiale, è testimone di come si caratterizza e prende forma l'offensiva capitalistica nello scenario internazionale in cui prevalgono le nuove regole della competitività:

L'attuale stato di soggezione del proletariato non è separabile da uno scopo strategico del capitale che consiste dell'effettuare nuove forme di composizione politica e tecnica della classe lavoratrice.

Il movimento dei lavoratori istituzionalizzato inserisce le proprie iniziative in questo contesto, cerca di adattare le lotte sociali a pratiche più compatibili con l'esigenza di mantenere competitivo a livello internazionale il capitalismo europeo. Le prospettive che si pone la sinistra istituzionale sono chiare: attendere che una ripresa economica permetta una nuova divisione dei frutti della crescita. Cioè, un ritorno alla divisione dei benefici della produttività tipica del precedente periodo fordista.

Tuttavia, come si è già analizzato, le incoerenze ed incompatibilità che insistono sulla costruzione dell'Europa sono ancora tutte lì intatte: incoerenze tra diverse fazioni del capitale, conflitti di potere politici e sovranazionali, concorrenza selvaggia, allargamento della CEE, la promulgazione di regole per un nuovo modello sociale. La strategia politica e sindacale della sinistra istituzionale che tende a rendere compatibili le richieste dei lavoratori si sta consolidando in questa fase e si limita ad insistere sul problema delle "minime garanzie sociali", ma anche a rafforzare la presenza delle burocrazie politico-sindacali nei centri di potere e di gestione.

E' ovvia l'egemonia socialdemocratica su questo processo che sta provocando una strutturale assimilazione dei partiti politici a base comunista e delle forze sindacali. La distruzione delle classiche regole fordiste e la loro sostituzione con quelle neo-liberiste -almeno in alcuni dei loro aspetti centrali- ha realmente indebolito il potere contrattuale e la legittimità della sinistra istituzionale. Le cui burocrazie hanno fatto proprie, allo stesso tempo, le battaglie competitive dei movimenti capitalistici che, specie in Europa, hanno perso parte dell'ancoraggio nazionale. La crisi ha accumulato precarietà, povertà e disoccupazione a fronte di un movimento operaio istituzionalizzato incapace di dare risposte ai problemi socio-economici come pure ad una buona parte di altri grossi problemi nelle relazioni sociali, specialmente quelli ecologici, della liberazione della donna, della democrazia, dei rapporti col Terzo Mondo. La sinistra istituzionale ha perduto non solo parte delle sue basi, ma anche parte delle sue capacità di organizzazione e socializzazione: basti pensare alle figure sociali senza rappresentanza ed alle tattiche di lotta che le sono sfuggite di controllo durante il ciclo di lotte degli anni '60 e primi anni '70.

Un'analisi delle lotte dal 1980 al 1988 dimostra che salvo le ambigue eccezioni delle lotte per le 35 ore settimanali alla DGB e lo sciopero generale in Spagna del 14 dicembre, le burocrazie della sinistra hanno risposto alla crisi ed alla costruzione dell'Europa capitalista proponendo un rinnovamento del riformismo tipico del periodo fordista. Hanno cercato di spingere verso un sindacalismo contrattualista al fine di acquisire un compromesso basato sull'accettazione del controllo strategico del capitale in cambio di una certa quantità di garanzie, differenziate secondo i settori del proletariato.

Queste garanzie sarebbero centrate sul mantenimento del lavoro e sul negoziato relativo ad elementi che farebbero aumentare la produttività: flessibilità, riduzione delle trattenute, mutamenti nell'organizzazione del lavoro, nuove tecnologie. Una auto-limitazione del conflitto si viene così ad imporre a parziale detrimento delle conquiste del precedente periodo fordista.
Il movimento operaio istituzionale scambia così riforme in settori limitati (cultura, ecologia) e specifiche garanzie per certi gruppi della forza lavoro collettiva, con l'emarginazione e la precarietà nei settori in espansione. Questo processo funziona da autentico riproduttore delle tendenze verso la dispersione e l'atomizzazione della classe lavoratrice.

Il riformismo in crisi sceglie di fare a meno di un numero crescente di fattori socializzanti (referenti culturali e simbolici, forme di organizzazione e di lotta, pratiche e aspettative) e di figure proletarie che hanno avuto una posizione antagonista contro il capitale, nonché delle relazioni sociali su cui esercitava un'egemonia che gli derivava dal mondo del lavoro organizzato sotto il suo controllo.

Il riformismo ha cercato di distruggere ogni tentativo di organizzazione al di fuori del suo controllo. La sinistra istituzionale oggi ridefinisce le sue basi, la sua legittimazione, la su quota di potere. Mentre nel periodo fordista le organizzazioni della sinistra istituzionale si ritrovavano a confrontarsi con lotte di classe che le costrinsero a porre dei limiti alla crescita del conflitto o alle richieste o a soffocare le iniziative dei lavoratori a seconda delle circostanze, della natura delle burocrazie e della composizione dei militanti, oggi questo aspetto è stato drasticamente ridimensionato.

La maggioranza delle burocrazie sindacali risponde alla crisi di rappresentanza ed alle implicazioni di legittimazione instaurando una sorta di "verticalizzazione". Esse sono consapevoli che su tali questioni la borghesia è divisa: certe fazioni del capitale vorrebbero distruggere qualsiasi tipo di organizzazione sindacale, mentre altre -oggi maggioritarie- vorrebbero concludere il processo di istituzionalizzazione del movimento sindacale lanciando il tesseramento semi-obbligatorio e puntando al monopolio sulla contrattazione solo per le strutture di grossi sindacati. Ma al tempo stesso vorrebbero accentuare il ruolo repressivo sull'antagonismo proletario affidandolo direttamente alle stesse strutture sindacali. Si tratta insomma di strumenti al diretto servizio del capitalismo per il controllo della forza lavoro -e a tal proposito occorre ricordare il ruolo della struttura sindacale italiana nelle lotte del pubblico impiego o nel più conosciuto caso FIAT.

Se questo processo fuorviante e contraddittorio dovesse interamente svilupparsi, provocherebbe una rottura qualitativa nell'ambigua realtà del movimento operaio istituzionale. Ad ogni modo, questa tendenza è molto più forte a livello di Comunità Europea che nelle realtà nazionali. Infatti, le burocrazie politiche e sindacali sono ancora strettamente legate al capitale nazionale ed allo Stato. In questo quadro di riferimento in cui le borghesie possono dispiegare i loro differenti interessi e margini di manovra -persino al livello di realizzare un equilibrio di forze in vista della creazione della stessa comunità- potrebbero sorgere tensioni tra la sinistra istituzionale ed il capitale, con relativa mobilitazione della base ed accordo su compromessi che potrebbero apparire avanzati. Basti citare due esempi: il compromesso globale a cui si è giunti in Svezia ad opera dei socialdemocratici e la battaglia in Germania Occidentale per le 35 ore settimanali che nei fatti si è risolta in una riduzione del carico di lavoro contrattato per introdurre la flessibilità. In realtà, la strategia della sinistra istituzionale è direttamente determinata dalle possibilità di compatibilità che le richieste e le vertenze dimostrano di avere con le strategie e le necessità di ciascuna delle fazioni capitalistiche prevalenti nelle diverse aree nazionali.

Possiamo così comprendere come lo spazio sociale europeo corrisponda ai piani della sinistra istituzionale per un più basso denominatore comune che dovrebbe modificare in maniera minima gli attuali compromessi nazionali. Pure per questa ragione, la forza della Comunità corrisponde alla più completa realizzazione di quello che oggi è diventato il sindacalismo contrattualista senza più capacità di mobilitazione. 

Si stanno verificando eventi decisivi nel contesto della crisi del movimento comunista. Abbiamo già ricordato la tendenza alla assimilazione strutturale con la socialdemocrazia da parte di certi partiti comunisti e dei sindacati sotto il loro controllo. Il Partito Comunista Italiano e la sua CGIL sono i casi più rilevanti. Casi più contraddittori sono quello del Partito Comunista Portoghese e della sua CGTP o, in condizioni differenti, quello del Partito Comunista Spagnolo e delle sue CC.OO. La crisi ideologica, economica e politica del "socialismo reale" ha seppellito i referenti utopici e lo sloganismo "rivoluzionario" (non entreremo qui in merito all'utopia rivoluzionaria dei partiti comunisti) che differenziavano il movimento comunista dalla socialdemocrazia.

Il movimento comunista aveva ispirato uno stile caratteristico di riformismo legato alle regole fordiste ed in contrapposizione con la socialdemocrazia.

La crisi del modello comunista, il modo in cui è stato realizzato nel blocco orientale, il suo modo di rapportarsi politicamente e socialmente alle lotte degli ultimi 25 anni hanno indebolito la sua capacità di differenziarsi dalla socialdemocrazia. L'era di Gorbacev è il passo finale di questo processo. Solo la Francia con il suo Partito Comunista e la CGT ha un importante movimento che affronta strenuamente la socialdemocrazia e il programma comunitario. Ma non vi sono prospettive di sviluppo in Francia, dal momento che il PCF e la sua CGT perseguono ancora una politica burocratica e di delega che si oppone alle istanze di auto-organizzazione delle lotte più avanzate, e definiscono "l'indipendenza nazionale" come un ritorno alle regole fordiste.

4.2 L'ipotesi del sindacalismo rivoluzionario

Il punto principale che consente una possibile ricostruzione del sindacalismo rivoluzionario all'interno del movimento operaio, in questo periodo storico, sta nella estrema difficoltà del movimento operaio istituzionale nel ricomporre una strategia di patto sociale col capitale.

L'attuale strategia del capitale europeo non consente un patto sociale sufficientemente ampio, stabile ed efficiente.

Non esiste perciò alcuna strategia che, assumendo le richieste ed i bisogni del proletariato e dei settori oppressi, non debba fare i conti non solo col capitale ma anche con la sinistra istituzionale.

La resistenza dei lavoratori alla crisi è stata confermata negli ultimi tre anni attraverso una serie di conflitti sociali di cui introdurremo alcuni punti senza entrare nel dettaglio: 

Questi fatti non implicano che il classico movimento libertario sarà di per sé capace di ispirare una formula organizzativa atta a catalizzare i nuovi conflitti operai e le crescenti tensioni o vertenzialità che stanno comparendo in determinati settori della base -e persino ai livelli medi- del movimento operaio istituzionale. Il movimento libertario classico dovrebbe, comunque, essere una forza guida per la costruzione di un nuovo sindacalismo rivoluzionario il quale interviene sugli obiettivi che riflettono i principali bisogni anticapitalisti come pure le tendenze emergenti verso l'auto-organizzazione e gestione delle lotte. Il più ampio fronte possibile dovrebbe includere collettivi autonomi, i lavoratori della sinistra desiderosi di impegnarsi al di fuori dell'area dei sindacati maggioritari, il sindacalismo radicale nazionalista, l'anarcosindacalismo, il sindacalismo radicale o rivoluzionario senza alcuna affiliazione ideologica. Tali potrebbero essere i casi di SUD o CRC in Francia, alcuni COBAS in Italia o la ORT in Svizzera. La creazione di un simile fronte sarebbe un processo dall'aspetto preminentemente pratico che sviluppi terreni comuni, scambio di informazioni, dimostrazioni di solidarietà a livello settoriale, affronti problemi grossi e multinazionali come lo sviluppo regionale, la ridefinizione dei servizi sociali statali, la sicurezza sociale, la libertà sindacale e la legislazione sociale e comunitaria.

Tutto ciò comporta una capacità del movimento libertario di offrire un programma complessivo di obiettivi da raggiungere nei maggiori movimenti sociali ed un ammodernamento delle sue proposte rivoluzionarie.

Dobbiamo dimostrarci capaci di raggiungere la più vasta unità d'azione nella creazione di una mediazione strategica che proponga ed effettivamente inizi a garantire un processo di riunificazione del proletariato, che il capitalismo sta lacerando tramite la disoccupazione, la precarietà e l'esclusione.

Questo processo deve evidentemente prevedere una mediazione tra le politiche rivoluzionarie ed il ciclo di lotte attuali. Comporta la creazione di un'area di opposizione -bel al di là del solo mondo del lavoro, comprendente tutti gli aspetti di antagonismo contro il controllo sociale capitalistico- in cui il proletariato ed i movimenti sociali possano realizzare una crescente quantità di auto-organizzazione e di azione diretta ed in cui il ciclo di lotte possa essere patrimonio socializzabile, tramite un'appropriata relazione tra le esperienze proletarie e le proposte rivoluzionarie.

Non è possibile alcuna strategia che coinvolga le richieste ed i bisogni dei settori sociali oppressi sena assumere la parzialità, senza un farsi altro dal corpo sociale. Questa lezione ci viene dalle grandi esperienze delle organizzazioni anarcosindacaliste e sindacaliste rivoluzionarie. Di fronte alla crisi del leninismo -nelle sue differenti versioni- è tempo di riscoprire e rinnovare quelle esperienze e costruire un movimento proletario autonomo e radicale.

Organizzazioni sindacali e politiche presenti:

Traduzione a cura di. FdCA - Ufficio Relazioni Internazionali