"Energia
Territorio
Ristrutturazione"

Ruolo dei riformisti

 

Al fine di condurre qualunque progetto di ricomposizione di classe anche su questo terreno, è indispensabile conoscere e analizzare criticamente le posizioni e le proposte di parte riformista oltre che gli atteggiamenti manifestati in questi anni dalla sinistra nel suo complesso e in particolare dall'organizzazione di massa, dal sindacato, inerenti la questione energetica, perlomeno nei suoi tratti essenziali.

Diciamo subito che nei primi anni sessanta si "sperimentano" le prime fasi di sindacalismo unitario e si creano i presupposti per la costituzione dei primi comitati di lotta.
E' questo il periodo d'avvio, soprattutto all'interno delle grandi imprese, di un processo di contestazione globale che fa delle tematiche quali le condizioni di lavoro, la salute, l'ambiente, ecc…, alcuni dei suoi momenti centrali; anche se, per esattezza va meglio ricordato che il boom economico che caratterizzò quegli anni, "confinò" tale tipo di coscienza di classe e di carica contestatrice, sulla "qualità del vivere proletario", in settori di classe assai ristretti.

Ad ogni modo, assistiamo ad una risposta padronale che pur nella sua complessività (al solito), trova un'articolazione nel trasferimento di lavoro meno qualificato ed altre più rischiose e nocive ad imprese d'appalto minori, uno dei punti più qualificanti: in effetti per comprendere meglio le passate e le attuali posizioni del sindacato, occorre "agganciare" la tematica energetica ad altre, ad esempio a quella sull'appalto, sul decentramento produttivo.

Avviene un fenomeno di creazione delle grosse imprese d'appalto, di manovalanza, di decentramento delle produzioni pericolose, e di pari passo si sviluppa da parte dei lavoratori la consapevolezza del livello di sfruttamento a cui vengono sottoposti, ma la risposta data non possiede la complessività dell'attacco capitalistico, anche se i termini di tale risposta hanno un grosso valore politico per il grado di unità di classe sviluppata e per i livelli assai duri coi quali è condotta. Purtroppo le rivendicazioni si mantengono soprattutto ed esclusivamente sul piano salariale: si chiede di più; ottenere salari più alti a fronte di una lavorazione pericolosa sembra essere l'unica risposta adeguata al disegno padronale, però vediamo che ugualmente, in questo periodo non esiste un controllo neppure formale sull'erogazione del salario, si amplia la pratica dei "fuori busta" e della famigerata "indennità di presenza".

A distanza di anni, possiamo riconoscere che questo fu un grave errore: mercificare la produzione rischiosa e dannosa anziché cercare di eliminarne le cause alle radici.

Solo con le grandi lotte dei cicli '68/'69 e '71/'72 e la costituzione dei Consigli di Fabbrica si realizzano i primi accordi sul salario e si mette in discussione la produzione capitalistica centrata sulla catena di montaggio, si esigono una seria verifica dell'ambiente e delle condizioni di lavoro.

I padroni risponderanno mediante la trasformazione del lavoro di appalto in decentramento produttivo. Gli investimenti per la costruzione di impianti chimici e siderurgici danno luogo a molte imprese d'appalto specializzate in determinate lavorazioni, ma solo alla fine di questi cicli di sviluppo, quando gli appalti vengono meno, si creano problemi di esuberanza occupazionale, con primi tentativi di espulsione di forza lavoro.

La coscienza ormai raggiunta dalla classe lavoratrice però è tale da svuotare in gran parte tale manovra padronale: s realizza in questo periodo l'unità fra lavoratori d'appalto e gli altri d'impresa. E nel '73 i primi a fare le spese della crisi energetica (ne è già stato messo in risalto il carattere di manovra e progetto che affonda le sue radici in altri anni) attraverso l'uso strumentale della cassa integrazione, sono proprio i lavoratori delle piccole imprese. Poi, con la svolta dell'EUR, grosso cedimento complessivo da parte delle confederazioni, in cui i vertici delle OO.SS. danno via libera al padronato di utilizzare senza controllo la mobilità per coprire carenze proprie dell'organizzazione del lavoro, si entra nella fase attuale, caratterizzata da un largo uso della cassa integrazione e da un decentramento produttivo selvaggio, volto unicamente a disgregare la classe (articolazione del comando capitalistico nel territorio) e ad incrementare i profitti padronali. Oggi, in questa particolare situazione, il sindacato è chiaramente costretto ad una posizione di difesa se non addirittura di subalternità. In effetti, è obbligato ad accettare una fortissima mobilità e una notevole intensificazione dei ritmi e dei carichi di lavoro, oltre che indotto ad abbandonare la politica sulla nocività in fabbrica, il tutto per tentare un'azione di tamponamento rispetto al ricatto dei licenziamenti di massa: le richieste della FIAT, Olivetti, Sit Siemens, ecc. sono una preoccupante conferma.

Ovviamente non si è approdati a ciò per caso ma come logica risultante di un disegno complessivo che il capitale a livello internazionale ha posto in essere e i rapporti internazionali appunto, o il vertice di Venezia ne sono i presupposti.

In questo tipo di contesto storico, politico e di idee, l'Organizzazione di massa in relazione alla questione energetica, pur con un certo ritardo, ammesso del resto dai suoi stessi dirigenti (vedi l'articolo di Giorgio Bucci su "Energia" luglio 1980, mensile della Federazione Nazionale Lavoratori Energia della CGIL), è arrivata ad assumere una posizione unitaria o che possiamo considerare tale nonostante le differenziazioni che, internamente (correnti) o alla base, emergono (soprattutto sulla questione: Centrali Nucleari).

Possiamo dire che a tale posizione il sindacato è giunto non certo senza contrasti e passaggi obbligati, (vedi EUR in relazione alla problematica energetica, occupazionale, del decentramento produttivo, ecc.) e infatti l'evoluzione rispetto alla passività iniziale è ampiamente dimostrata dal "Documento sull'energia approvato dal Direttivo CGIL, CISL, UIL" riunitosi a Roma il 27 maggio 1980.

I punti qualificanti di tale documento sono i seguenti: la constatazione iniziale del progetto di strumentalizzare "i problemi energetici per trasferire sui lavoratori..."; coinvolgimento delle Regioni per un rapporto più diretto e partecipativo col governo e per la stesura di una "carta dei siti"; rafforzamento dell'ENI; richieste di cooperazione con i paesi produttori e politica di controllo dei prezzi a livello nazionale; razionalizzazione della raffinazione e della rete di distribuzione; snellimento nelle procedure di approvazione dei decreti in corso e un più razionale utilizzo delle fonti in atto; metanizzazione del sud e avvio di interventi concreti per il Mezzogiorno.

Rapporto dialettico sul problema sicurezza, in particolare a Caorso; pregiudiziale la precedente per la realizzazione di un limitato programma di produzione elettronucleare; per concretizzare tale programma si ritiene indispensabile che Parlamento e Governo si facciano carico di una serie verifica (soprattutto dopo Harrisbourg, ndr) della normativa sulla sicurezza e a dar vita a momenti di incontro su tale questione; prosegue infine con la massima disponibilità al confronto con la Confindustria. A ciò va aggiunto che la UIL attraverso un paio di emendamenti ha differenziato la propria posizione rispetto alla verifica sulla sicurezza degli impianti e sui famosi "organismi di controllo", strumenti privilegiati di garanzia nella fase di prevenzione e informazione.

Tale posizione del resto, affiancata da quella della FIM, la quale ha dato il proprio appoggio ad esempio sulla questione referendum ed ha sempre tenuto, tutto sommato, un ruolo abbastanza autonomo, rispetto alla confederazione, ci introduce all'esame delle proposte socialiste (e non è certo un caso) e degli atteggiamenti da questi tenuti dall'inizio della crisi ad oggi. A differenza della DC e del PCI, i quali, soprattutto la prima, non allentando la briglia in zona periferica e con spirito tollerante (il più idoneo a non smarrire elettori) subire la contestazione locale (soprattutto sui e a ridosso dei siti), riacquistano una monoliticità fuori discussione al momento del bisogno, il PSI, non volendo smentire la propria fama di meretrice incorreggibile entro e fuori il bordello parlamentare, ha sempre tenuto un atteggiamento che possiamo definire "possibilista" in un senso e nell'altro. Cedere su un punto, contestarne un altro, cercare di modificare, recuperare, migliorare, razionalizzare, ecco i termini "formali" delle pose socialiste. Un atteggiamento guardingo che attraverso la politica del colpo al cerchio e a alla botte ha consentito al partito di Craxi di conservare la credibilità di una buona fetta di elettori (e l'ascesa graduale, se vogliamo anche lenta ma costante, degli ultimi 5 anni, ne è una conferma). Fino ad arrivare alla famosa "proposta di legge di iniziativa popolare per la moratoria sulla costruzione di impianti nucleari".

E' il signor Aniasi che l'8 marzo '79 propone "anche un piano che si fondi sulla necessità di diversificare le fonti di produzione di energia e ci consenta di non essere prigionieri o subalterni a nessuno" (da L'Espresso del 18.5.1979). Pienamente appoggiati dal movimento antinucleare (quello alla guida del quale sta Nicola Caracciolo in veste di presidente) e dai metalmeccanici per intero (la dichiarazione ferma di Enzo Mattina non consente di nutrire dubbi), la cosa si articola in due parti fra loro integranti: la moratoria e il PEN "alternativo". Il primo prevede la sospensione per u periodo di tre anni nella costruzione degli impianti elettronucleari. Tale periodo verrà utilizzato nello studio a fondo dei pericoli della scelta nucleare (pericoli ecologici e non politici, beninteso) e per imboccare le strade delle ricerche sul piano delle fonti alternative.

Il secondo, (PEN), dovrebbe entrare il vigore allo scadere della moratoria, avrà una durata triennale rinnovabile. Verrà creato un ufficio centrale istituito presso il CIPE che coordinerà l'intervento dei pubblici poteri.

Ecco in sintesi i contenuti della proposta socialista. C'è da rilevare l'esistenza di alcune affinità con quanto emerge dal "documento relativo al confronto svoltosi il 16.5.1979 fra l'ENEL e le segreterie nazionali della FNLE, della FLAEI e della UILSP", per la parte concernente la "politica energetica".

E veniamo infine all'esame della posizione comunista, cosa assai facile dal momento in cui tale partito, certo della DC stessa (dal momento in cui non ha mai subito grossa dissidenza periferica), ha tenuto un atteggiamento estremamente lineare e di consenso su tutto il fronte energetico (centrali in testa) dalla prima "domenica ciclistica" del '75 ad Harrisbourg. Fino alla data della potenziale ecatombe in Pennsylvania (4), il partito di Berlinguer si è mostrato estremamente sensibile alla problematica energetica della quale del resto si è fatto carico pienamente assumendo tutto o quasi il peso di gestione e legittimazione della politica dei sacrifici e delle "contingenze storiche", una delle quali sarebbe appunto la costruzione degli impianti elettronucleari. Ciò, ripetiamo, almeno fino ad Harrysbourg. Esso segue infatti un momento decisivo nell'evoluzione del PCI.

Gli effetti? E' presto detto: una sensibilità superiore rispetto ai problemi sulla sicurezza degli impianti; sulla informazione pubblica e sulla partecipazione/controllo da parte delle popolazioni, soprattutto quelle dei siti; formazione dei comitati di controllo in diretto rapporto di collaborazione con gli organismi preposti, gli Enti Locali, la promozione di iniziative a carattere scientifico/politico, ecc. Per ultimo dovremmo occuparci dei neo-riformisti, del PdUP, MLS, ecc., ma il loro ruolo è stato visto in altre parti del documento, poiché costoro sono "organicamente" inseriti nella microfamiglia antinuclearista presso la quale, come altrove, coltivano il loro pezzo d'orto. 

 

NOTE:

(4): mortalità infantile ad Harrysbourg rispetto al resto della Pennsylvania: +600% dopo l'incidente (cfr. "Statistiche Demografiche Mensili dagli USA")


Le implicazioni di classe della crisi energetica

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