COMUNISTI ANARCHICI: UNA QUESTIONE DI CLASSE

 

4.3. Il ruolo dell’avanguardia
 

La necessità della lotta politica, con la sua complessità, le sue sottigliezze strategiche, i suoi lati spesso oscuri, porta, come detto, alla creazione di un partito politico, cioè di un avanguardia che si stacca dalle masse per tutelarne gli interessi in un campo in cui la delega è l’unica forma possibile di rapporto. Il partito, custode dell’ortodossia e dell’unica strategia per la salvezza degli sfruttati, depositario della giusta linea, diviene altro dalla classe che intende rappresentare e addirittura, nella versione leninista, deve essere formato da elementi che non provengano dal proletariato; questo perché gli operai (per non dire dei contadini) stretti dai loro bisogni quotidiani (economicismo) non sono in grado di discernere i propri bisogni immediati da quelli storici, gli unici che coincidano con la propria emancipazione.

Per i comunisti anarchici il partito (parola che adoperava anche Malatesta), o l’organizzazione politica dei comunisti anarchici, ha un ruolo solo all’interno del movimento proletario; cerca cioè, all’interno delle lotte quotidiane, di sviluppare la coscienza di classe del proletariato, di far crescere nel suo scontro con la borghesia una strategia rivoluzionaria che faccia sviluppare negli sfruttati la coscienza dei loro bisogni storici, proprio a partire dai bisogni immediati. Il partito, in questo caso, cioè, non fa la rivoluzione per conto di, non la dirige nell’interesse di, non la governa per ottenere il bene di, ma sta all’interno del processo di crescita e di emancipazione del proletariato, cercando di fare in modo che esso si convinca che le idee che gli viene proponendo sono quelle adatte al raggiungimento degli scopi. Per far ciò deve sviluppare analisi, proposte, riflessione, fungendo da enzima dello sviluppo rivoluzionario, da memoria storica di vittorie e sconfitte e da fulcro per un loro riesame critico e proficuo.

 


4.4. Lo Stato

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